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Il cane da traccia

testo a cura di Fausto Calovi

Casualmente, tra una chiacchiera ed un'altra, dopo aver ritrovato ad un anonimo bar, un carissimo compagno di caccia. Si parla dei nostri cani dei nomi di campioni, di allevamenti, di imprese venatorie vissute: si parla di caccia e casualmente di cani da sangue.

Del cane da traccia, o anche detto "da sangue" si hanno spesso notizie frammentarie, e la conoscenza spesso si basa sul "sentito dire" oppure per aver letto qualche riga su riviste specializzate. Sicuramente si conosce sempre troppo poco sulle razze, sul loro impiego nel lavoro, sulle gare cinofile specialiste e sui risultati che si possono ottenere.

Per questo mi faccio convincere e tento di scrivere "tre righe" dettate più dalla esperienza vissuta che dalla conoscenza assimilata da una o "da sangue".

Innanzitutto è un preparazione accademica.

Che cos'è il cane da traccia prezioso ausiliare per la “caccia moderna”. Da più parti si legge e si sente discutere della filosofia (idea) della caccia moderna, e si tende ad impersonarla soprattutto nella “caccia di selezione” agli ungulati. Niente di più assurdo: venatoriamente parlando, perché la “caccia moderna” considerate le esperienze e le conoscenze acquisite recentemente dal mondo scientifico, attraverso studi della biologia e le esperienze di gestione faunistica, ha la possibilità di pianificare in modo faunisticamente corretto tutto il prelievo venatorio.

“Assestare ed allevare significa rinunciare” (Villani R. nell’Assestamento Venatico).

La caccia di selezione è una tecnica venatoria ufficializzata anche nel quadro legislativo italiano (art.18 L.157/92) ed ha avuto un rapido sviluppo per due motivi:

1- 1- Tecnica relativamente giovane per la caccia italiana per lo più con basi di impostazione mitteleuropea e quindi capace di recepire e assecondare i procedimenti della gestione venatoria su basi scientifiche. 

2- 2- Relativa abbondanza sul territorio italiano degli ungulati in particolare cinghiale e capriolo. Appare evidente che anche la cinofilia che accompagna la gestione venatoria ha bisogno di evolversi per affrontare correttamente la caccia moderna come è considerata la caccia agli ungulati.

La caccia di selezione ha come fine la conservazione della selvaggina (risorsa e patrimonio) fissando degli obbiettivi attraverso la gestione della risorsa stessa. La fase finale, cioè l’azione di caccia, assume in questo contesto un significato gestionale importante e la semplice funzione dell’impiego dei cani per scovare ed inseguire diviene, forse, un po' rozza.

La cinofilia moderna deve evolversi verso altre forme di utilizzo, ha bisogno di un cane segugio specializzato per poter essere impiegato come “limiere” per tracciare la selvaggina; di un segugio per forzare lentamente gli animali come nella “girata”; di un tracciatore del sangue per recuperare gli animali eventualmente feriti. “La presenza di cani che abbiano come metodo di lavoro lo scovo e l’inseguimento …..di ogni forma vivente... non è compatibile con l’esigenza di gestire e/o conservare” (da Quaderni di Habitat).

Quindi ecco che la cinofilia ha bisogno di offrire e ricercare ulteriore specializzazione frutto di selezione e soprattutto di addestramento.

INCOMINCIAMO A CAPIRE IL CANE DA TRACCIA

Il cane da traccia appare come l’ausiliare più importante nel nuovo scenario della caccia agli ungulati in Toscana. Basti pensare a quanti cacciatori si dedicano alla caccia al cinghiale nella forma della braccata, ove il segugio appare l’elemento trainante e determinante. Ma quanti cinghiali passano le poste riportando ferite più o meno gravi?

Da statistiche fatte negli anni passati si può considerare che una squadra di cacciatori, specializzatia per il cinghiale, spari ad un numero almeno doppio di animali rispetto a quelli che cadono fulminati, alle poste. Di quelli che riescono a passare la “Linea Maginot” delle poste, almeno il 20-30% risultano colpiti in maniera più o meno grave. E i ferimenti aumentano in proporzione al maggior uso della canna liscia.

Ciascuno si prenda con pazienza il tempo di fare i calcoli di quanti cinghiali può perdere la “Sua Squadra”. Il cane da sangue esegue il suo lavoro di recupero proprio dopo il colpo sparato dal cacciatore e quel 30% potrebbe, quando recuperato, allargare per gran parte il numero dei capi abbattuti dalla squadra.

RAZZE

Le razze più impiegate e conosciute sono il Segugio Bavarese, il Segugio Annoveriano ed il Bassotto Tedesco. Già i nomi delle razze indicano il paese di provenienza, la Germania; dove la caccia agli ungulati è sempre stata praticata in piena libertà del rispetto delle regole concordate.

Il Segugio Bavarese (Bayerischer GebirgSweisshund)

Cane agile leggero, ma muscoloso con tronco allungato e testa portata orizzontale e portamento della coda obliqua verso il basso. Orecchie con attaccatura alta arrotondate all’apice e piatte.

Pelo aderente e corto, moderatamente duro e poco lucente. Colore del manto dal rosso cupo al bruno, dal giallo ocra brizzolato con punti più scuri sulla testa dorso e coda. Statura 47-52 centimetri per il maschio e 45-50 per la femmina.

Il Segugio Annoveriano (Hannovercher Sweisshund)

Cane di taglia media, ma di costituzione robusta, proporzionalmente basso ed allungato. Testa portata orizzontalmente al di sopra della linea dorsale, coda tenuta obliqua. Cranio largo al dietro, pi— stretto anteriormente. Orecchie con attaccatura alta arrotondate all’apice e piatte. 

Pelo aderente, corto, fitto e lucido, duro se non ruvido. Colore del manto dal bruno grigio o nero fino al fulvo rossastro striato di nero. Colori più scuri sul muso, testa e dorso.

Statura 50-55 centimetri per il maschio, 48-50 centimetri per la femmina.

Bassotto Tedesco a pelo duro (Dachshund Teckel)

In questa razza vi sono tre varietà di pelo e taglia. Per la caccia vanno bene tutti ma il più utilizzato è senz’altro il Bassotto a pelo duro in tutte le taglie. Come cane da traccia la varietà “standard” che arriva a 9-10 chilogrammi sembra il più indicato anche su grossi cinghiali e cervi.

Cane agile, basso sugli arti e quindi allungato, ma compatto e vigoroso nella muscolatura, ed ha un morso potente. Coda portata sopra la linea dorsale durante il lavoro, testa proporzionata e cranio largo con orecchie attaccate indietro ben aderenti e leggermente arrotondate. Pelo aderente al corpo, ruvido e compatto con focature alle estremità del corpo su una colorazione che varia dal fulvo al nero o grigio (tipo cinghiale).

Il bassotto tedesco è statisticamente il cane da caccia più diffuso in Europa e quindi compie in assoluto, anche la maggiore mole di lavoro per il recupero.

Vi sono altre razze che possono essere impiegate proficuamente nel recupero degli animali feriti: principalmente i terrier continentali ed inglesi e i segugi francesi. 

Lo Yag Terrier (Deutscher yagdterrier) e gli altri terrier inglesi hanno capacità di recupero seguendo la labile traccia del sangue lasciato dall’animale ferito. I terrier pur essendo ottimi cacciatori e scovatori, tendono ad essere veloci sulla passata del selvatico ferito e quindi la perdono con maggiore facilità. Ovviamente non mancano ottimi recuperatori anche in queste razze

Il lavoro sul sangue richiede al cane: passione, resistenza, pazienza, continuità, e soprattutto riflessione. Per quanto sopra si può dire che il segugio Bavarese, l’Annoveriano ed il Bassotto a pelo duro, siano tra i cani da traccia sul sangue più idonei e per questo più impiegati.


Vi sono altre razze che possono compiere egregiamente il lavoro di recupero e tra queste sono da ricordare quelle francesi come il Bloodhound, il Basset Hound, oppure molto apprezzate come quelle austriache come il Brandl Brake, Tiroler Brake, e il formidabile Dachs Brake. Anche Kurzhaar Drathaar, Langhaar ed altre ancora sia inglesi che dell’Est europeo, ma molti soggetti non hanno l’elasticità mentale o la specificità, ottenuta con la selezione, per eccellere in questo tipo di lavoro.

L’ADDESTRAMENTO DEL CANE DA TRACCIA

La base fondamentale, per poter utilizzare appieno le doti e le qualità cinofile del nostro ausiliare, è l’addestramento e conseguentemente l’allenamento.

L’imperativo dell’addestramento non vale solo per il cane da sangue, ma anche per il più comune segugio impiegato sulla lepre o sulla seguita del cinghiale, imperativo che il cacciatore, purtroppo e spesso, non raccoglie accontentandosi della canizza “o canea?. Il cucciolone va addestrato ai normali esercizi di utilità come il “seduto”, il “terra, “il “piede o dietro” e la correttezza al guinzaglio, la correttezza alla vista della selvaggina, nell’attesa del conduttore dopo il comando di seduto o terra, la correttezza al colpo di fucile, la difesa del selvatico o delle cose del conduttore, etc... Successivamente si deve insistere sulla partenza e sul rientro a comando.

Tralasciare l’insegnamento di questi basilari esercizi di utilità, in molte occasione rende il cane indisciplinato ed inservibile in talune delicate operazioni di recupero. Non voglio dilungarmi sulle modalità ed i mezzi per ottenere l’obbedienza assoluta su questi esercizi, esistono molti testi in commercio, per il cane da ferma che possono erudire in maniera esaustiva.

Purtroppo sembra vi sia la tendenza a correggere il cane da ferma, e lasciare invece il segugio in balia del vecchio “capo muta” per far imparare senza fatica le astuzie della caccia.

Ovviamente niente di più scorretto: anche dal segugio, seppure ululante come quello francese, o con una voce tintinnate come quello italiano, si può e si deve ottenere l’obbedienza, sono razze estremamente intelligenti se ben selezionate ed addestrate.

Una volta ottenuti i risultati negli esercizi di utilità il nostro “cane da sangue” può iniziare a conoscere la traccia artificiale.

LA TRACCIA ARIFICIALE

Si raccoglie del sangue, possibilmente di selvatico, ma va bene qualsiasi tipo di sangue, si conserva in frigo (freezer) per pochi giorni impedendo la coagulazione aggiungendo un po' di cloruro di sodio oppure per fare i più sofisticati aggiungendo anti-coagulanti come l’eparina sodica o altri.

Alle prime uscite la traccia può essere fatta imbevendo una spugnetta nel sangue strizzandola o toccandola a terra per un tratto di poche decine di metri. Oppure con una bottiglia a beccuccio si lasciano cadere delle gocce, non molto abbondanti, lungo un percorso, che verrà contrassegnato ogni tanto da del nastro isolante colorato da attaccare ai ramoscelli delle piante oppure (personalmente lo ritengo migliore) da pezzetti di carta, ottenuti dai fazzoletti da naso che risultano più facilmente biodegradabili. La segnatura della traccia serve per correggere eventuali errori del cane durante l’esercizio.

Il cane va condotto sulla traccia almeno 2-3 ore dopo, sempre al guinzaglio (lunga di 3-6 m.) lasciandolo ragionare senza disturbarlo con l’incitamento, ma correggendolo lungo il percorso segnato, lasciandolo anche sbagliare. Capirà più facilmente quale sarà il suo lavoro. Molto dipende dalla sensibilità e preparazione del conduttore. Proseguendo con l’addestramento la lunghezza della traccia diverrà sempre maggiore e la quantità di sangue sempre minore fino ad arrivare a 200-250 cc per 1-1,5 km. e ritardando progressivamente il tempo (fino almeno alle 12 ore) che intercorre dalla segnatura alla ricerca col cane. 

L’esercizio della traccia artificiale deve essere ripetuto a lunghi intervalli (10-20 gg) per non “far giocare” il cane il quale poi non presterebbe la massima attenzione su quella naturale.

In fondo alla traccia è buona norma far trovare sempre qualche cosa: una pelle secca o congelata, uno zampetto, oppure quando cala la passione o la tensione un animale vero vivo o morto.

Importante è addestrarlo sul “cambio” cioè l’incrocio con altra traccia fresca di altro animale, che ovviamente il cane non deve seguire. L’esercizio sul lavoro consente questa sicurezza. Spesso succede che il cacciatore poco accorto che ferisce, “si faccia giustizia da sé” utilizzando cani da caccia non addestrati, personali o di amici, per la paura di perdere il selvatico. Alla fine, deluso, chiama il cane da traccia. Questo comportamento disorienta il cane da traccia, il quale sentendo altri odori di cani sulla traccia, spesso abbandona la stessa. Ugualmente si verifica spesso quando il cacciatore segue la traccia per ritrovare l’animale, sovrapponendo continuamente il proprio odore a quello dell’animale.

Per conseguire un buon addestramento il cane da traccia dovrebbe essere in continuo esercizio su traccia naturale o artificiale.

LA TRACCIA NATURALE

Quando il cane risulta ha ben compreso il lavoro richiesto sulla traccia artificiale si può senz’altro portarlo su quella naturale.

La traccia naturale è tutta un’altra cosa. In quel caso dipende molto dall’addestramento, dalle capacità del cane e del conduttore. Infatti il selvatico lo trova il cane, ma il conduttore lavorando alla corda lunga lo aiuta nel ritrovamento.

La ricerca non deve essere immediata, ma deve intercorrere un lasso di tempo dettato dall’esperienza, comunque quasi mai prima delle 2 ore; tutto dipende dal punto colpito. Questo lo stabilisce la preparazione e l’esperienza del conduttore, considerate le reazioni al colpo descritte dal cacciatore e le tracce sull’anschuss (punto di tiro). Su animali feriti ed ancora vivi che si allontanano, spesso conviene lanciare il cane sulla traccia fresca, liberandolo dal lungo guinzaglio. In queste condizioni essendo già concentrato sul lavoro di pista, riuscirà più facilmente a raggiungere l’animale ed a bloccarlo con l’abbaio o con l’attacco (Annoveraiano, Bavarese, Yag). Operare nei boschi a macchia come quelli toscani la tentazione di liberare il cane è molto grande, a volte necessaria per liberarsi dai pruni del fitto sottobosco. Ma il cane dovrebbe essere sempre tenuto alla “lunga”: infatti numerose esperienze dimostrano che con ferite superficiali ben difficilmente il selvatico si ferma davanti ad un cane che lo incalza, più facile appare individuarlo quando il cane è legato ed il selvatico si sente più protetto. Comunque ogni recupero è una esperienza unica ed irrepetibile.

LA DIFESA DEL SELVATICO

Quando il cane ha ottenuto una buona dimestichezza con la traccia artificiale, appare importante l’esercizio della “difesa del selvatico” utilizzando il comando “seduto” (sithz) o il “terra” (platz), l’importante è che siano comandi brevi e secchi dati in prossimità di elementi che si vogliono far difendere (indumenti, zaino …selvatico)

Normalmente le razze indicate “difendono” istintivamente verso gli estranei, ma è sempre bene verificarlo. Tale esercizio appare importante quando si trovi il selvatico in zone difficili da raggiungere e per togliere da un profondo fosso un grosso cinghiale, conviene cercare l’aiuto di qualcuno lasciando l’animale incustodito. Il cane non deve assolutamente infierire sul selvatico lacerandone le carni o peggio cibandosene, si deve esigere il rispetto assoluto della carcassa, tutto si ottiene con un buon addestramento.

Molti cani, quando lanciati sulla traccia, tornano dal padrone segnalando in vari modi il ritrovamento, altri si fermano sulla carcassa ed abbaiano insistentemente “avvisando il morto”.

L’utilizzo corretto del cane da sangue dirà quale sia l’indole e l’istinto del proprio ausiliare che deve avere un notevole se non perfetto affiatamento con il padrone. Per ottenere questo il cane deve essere mantenuto sempre, o il più possibile vicino o a contatto con il padrone. Raggiunto un buon addestramento, l’ausiliare può essere utilizzato come cane da limiere e nella girata.

ATTREZZATURA PER IL CONDUTTORE ED IL CANE DA TRACCIA

L’attrezzatura della coppia cane-conduttore non appare complessa, tuttavia è molto specialistica e particolare.

Guinzaglio da addestramento: guinzaglio lungo 3-4 metri per condurre il cane nell’addestramento ed esercizi. Nei boschi toscani a macchia fitta ed intricata si usa moltissimo.

La “Lunga”: guinzaglio di 6-8 metri in unico pezzo con grosso moschettone all’estremità. Spesso appare inservibile nelle macchie fitte e chiuse dove normalmente un selvatico ferito si rifugia. Meglio utilizzabile in aree aperte. 

Collare: largo (3-4 cm) per consentire una maggiore aderenza al collo ed evitare fastidiosi strappi al cane. Normalmente Š provvisto di una girella per impedire l’attorcigliamento del guinzaglio. 

Questo collare dovrebbe essere ricoperto di materiale fluorescente di colore rosso o arancione per rendere visibile il cane nel folto, durante un eventuale inseguimento o chiusura a fermo del selvatico ancora vivo. Nella macchia mediterranea non è facile distinguere il selvatico dal cane. 

Coltello a lama larga e uno a lama triangolare per il colpo di grazia da infliggere tra l’atlante e l’epistrofeo, ottenendo con questo la morte istantanea dell’animale ferito. 

Arma da fuoco, la più leggera possibile, la più corta possibile (ideale la pistola) di calibro adeguato, non eccessivamente potente, ma rigata e di grosso calibro (7-9 mm). La munizione spezzata potrebbe colpire il cane e la palla in canna liscia, nel folto, ha spesso pericolosi rimbalzi. 

Cosciali, guanti e cappello a falde corte: necessari nella macchia mediterranea per difendere le gambe dai rovi, e le mani che devono trattenere il guinzaglio. 

Fazzoletti di carta per “tenere” e segnare la traccia eventualmente il cane la perda e non sia corretto sul cambio. Spesso si opera in zone con una elevata densità di selvatici e quindi l’addestramento al “cambio” deve è indispensabile e qualche errore è sempre possibile. 

Apparecchio radio rice-trasmittente collegato a collaboratori perché‚ a volte la traccia porta il cane e conduttore in zone sconosciute ed imprevedibili. 

Taccuino e matita per appuntare a caldo le fasi di recupero e prendere nota del comportamento dell’animale e del cane. A volte bisogna interrompere la traccia per la notte e riprenderla il giorno successivo, qualche appunto aiuta a riannodare la traccia. 

CRONACA DI UN RECUPERO

Il primo giorno di caccia al cinghiale, 1998; c’è eccitamento tra gli amici che finalmente possono godere dell’inizio di una nuova stagione venatoria, forse la più proficua, dopo aver incontrato pochi fagiani e qualche lepre. Il passo del colombaccio è ormai agli sgoccioli e la beccaccia è solo per pochi patiti del bosco e... dei rovi. Come il solito ci si ritrova al luogo d’incontro si accende il fuoco si chiacchiera delle trascorse avventure di caccia e si fanno auspici per la prima giornata. Finalmente si fa la conta e con il numero della posta assegnata ci si avvia con gaiezza alla nuova avventura. Fa freddo alla posta, ma i cani in canizza lontana riscaldano la passione e con sguardi interrogativi si fa capire al vicino di stare attento perché il selvatico potrebbe essere vicino a noi.

Le canizze si susseguono sempre più vicine e si incominciano a sentire le prime fucilate alle poste: i primi cinghiali della stagione! Che fermento tra le poste si tenta di riconoscere chi ha sparato e si fanno pronostici di padelle o di “monti” di cinghiali abbattuti, uno sempre più grosso dell’altro.

Chiude la prima battuta, passa la voce per andare al pranzo al sacco vicino al fuoco ed un buon bicchiere di vino e “l’olio novo”.

Mentre mi preparo per rientrare per il pranzo, incominciano a sfilare gli amici cacciatori che hanno lasciato la posta per primi. Subito qualcuno mi dice che c’è un cinghiale ferito più avanti.

Lo dicono con un sorriso sulle labbra commiserando tra sé e sé‚ quel cane che mi ero portato anche alla posta, il primo giorno di caccia al cinghiale.

Già la mattina, al ritrovo, c’erano state delle sonore risate quando hanno visto questo “topolone” pieno di pelo, simpatico e scodinzolante, ma che non era più alto di un palmo. Rispetto ad una bella muta di segugi del giura appariva proprio “inutile” un bassotto tedesco. Solo un cacciatore lo ha apprezzato, faceva la guardia in una riserva privata, si ricordava con una non nascosta nostalgia, un cane come quello, ottimo per le buche ed un grande “abbaiatore a fermo” sul cinghiale. Raccolgo velocemente le mie cose e con il cane al guinzaglio cammino controcorrente fino ad incontrare il capocaccia che mi dice che è rimasto un cacciatore ad aspettare, sul posto del ferimento.

La cosa mi fa piacere, ma mi pervade una innaturale diffidenza, perché‚ tanto interesse ora per un cinghiale ferito dopo tutte quelle fucilate alle poste? Ben presto scopro che i cinghiali abbattuti erano cinque e quello ferito era l’unico grosso, tanti altri avevano passato le poste, incolumi.

Cammino per il sentiero dove erano le poste, ma non trovo nessuno; sembra quasi una burla. Torno indietro un po' sconsolato per non poter provare il cane, ma tutto sommato contento di partecipare al “gioco di squadra” negli scherzi che ravvivano sempre la compagnia di un’allegra brigata di cacciatori.

Ritornando vedo un cacciatore che risale tra il bosco, verso il sentiero, e subito mi fa vedere un pezzo d’osso lungo 5-6 cm e rotondo. Poi guarda il cane e mi chiede se quello era il cane da sangue, quasi incredulo continua nel racconto della reazione al colpo indicandomi il percorso fatto dopo la fucilata; lui era andato a verificare la traccia. Lo ringrazio delle indicazioni e lo prego di aspettarmi sul sentiero. “Tanto sarà in fondo al fosso, è preso troppo bene!”: sentenzia.

Preparo la lunga e il collare dopo aver messo al seduto il cane; lui intuisce che si lavora e uggiola per la contentezza e l’impazienza di partire. Parlo con il cacciatore diagnosticando una possibile ferita alla zampa anteriore “recupero difficile sicuramente”. Con questo provo ad anticipare le critiche di un eventuale insuccesso. Finalmente dò al cane il comando di cercare indicandogli il punto di impatto della pallottola dove c’era qualche goccia di sangue. Il cane parte agitato nella direzione da dove proveniva il cinghiale, lo lasci sfogare qualche metro e poi lo correggo indirizzandolo nella direzione giusta. Il cane si distrae un po', ma è appassionato, poi scopro che nella prima parte della traccia, non c’era una goccia di sangue e il terreno era tutto smosso dagli scarponi degli improvvisati ricercatori.

Il cane tira in discesa ed il terreno si smuove facilmente, non c’è traccia visibile per mettere un pezzetto di carta come primo segno della traccia. Scende fino al fosso e decisamente sale dall’altra sponda ripida con terreno smosso da qualche animale. Incomincio a dubitare della correttezza della traccia, abbiamo già percorso circa 150 metri e non si vede una goccia di sangue. Salendo arriverò al sentiero e così potrò eventualmente riprovare dalla partenza.

In un punto ripido che quasi il cane non riesce a superare, vira decisamente a destra e si immette in un viottolo di passata, dopo una ventina di metri il cane si eccita e tira sul guinzaglio; noto sulle foglie secche una piccola macchia di sangue. “Che naso ragazzi!” esclamo nella mia mente, decisamente seguo il cane che mi fa incontrare ogni tanto delle gocce di sangue. Proseguendo sulla traccia riesco ad intuire che l’animale appoggia malamente una zampa anteriore e dai segni sugli arbusti sembra colpito in alto e sul fianco sinistro.

La supposizione del colpo sulla zampa anteriore si fa più concreta, il cane appare particolarmente concentrato; ogni tanto perde la traccia, se ne accorge subito e da solo ritorna indietro per riannodarla e riprenderla. Rimango stupefatto dalla concentrazione e capacità di “ragionare”. Arriva ad una macchia di rovi, entra deciso, ma io non sono alto 22 cm al garrese e quindi devo trattenere il cane alla lunga cercando di difendermi dalle spine, e far passare la lunga tra un rovo ed l’altro. C’è un momento di panico, il cane vuole andare nel “trottoio”, io non passo tra il groviglio dei rovi.

Ad un tratto il dolore è lancinante perché‚ una spina si cofficcata sotto un’unghia della mano che trattiene il guinzaglio, mentre il cane tira come un forsennato; l’altra mano tiene il fucile. Lascio il guinzaglio prevedendo di fermarlo con lo scarpone, ma inutile il cane parte come un bolide. Inutile richiamarlo, sarebbe interrompere un’azione entusiasmante; la lunga si impiglierà in qualche arbusto e cosi avviserà con l’abbaio ed andrò con calma a recuperarlo. I minuti trascorrono lenti, intanto riesco ad aggirare il macchione di rovi e trovare il punto da dove era uscito il cane: mi fermo ad ascoltare, ma non sento nulla. Mi incammino a mezza costa, a caso, sperando di sentire prima o poi il cane abbaiare perché impigliato. Dieci - dodici minuti lunghissimi, poi sento in lontananza un abbaio rabbioso e continuo. Mi tranquillizzo perché‚ trovo la direzione, la tonalità dell’abbaio mi dice che è di fronte all’animale forse “abbaia a fermo”.

Corro nel bosco per un lungo tratto, fermandomi ogni tanto per identificare la direzione da prendere secondo la provenienza dell’abbaio; dietro un dosso lo sento improvvisamente vicino.

C’è una vallecola con alcune piante sradicate dal vento ricoperte interamente dai rovi e da piante rampicanti. Il cane sembra veramente arrabbiato con una voce grossa e potente: una emozione! Ma che fare? Il cane abbaia al di là dei rovi e io devo aggirarli, forse perderei tempo. Mentre penso al da farsi mi accorgo che la voce del cane è continua e diretta verso la mia direzione, intuisco che l’animale è tra me ed il cane; decido allora di rimanere fermo ed aspettare gli eventi.

All’improvviso un rumore di foglie e stecchi secchi spazzati: appare, come un bolide, il cinghiale. La povera bestia incrocia il mio sguardo sembra sbigottito e cerca di scartare verso l’alto, ma batte una violenta “musata”. Intuisco che è l’animale ferito alla zampa anteriore. Inverte la direzione scendendo fragorosamente verso il basso ma viene fermato da due spari in rapida successione, che lo fanno rotolare rovinosamente per una ventina di metri. Il cane continua ad abbaiare, ancora più arrabbiato di prima. Lo chiamo: smette un attimo e poi riprende subito ad abbaiare. 

Aggiro la macchia di rovi e vedo il cane bloccato dalla lunga, impigliata nella vegetazione, e tira per inseguire la preda appena fuggita.

Lo sgancio con fatica tanta è la foga e subito dopo arriva sull’animale abbattuto, abbaiando continuamente al morto. Al mio arrivo tenta di “difendere” mostrando i denti, ma poi si rende conto che io sono il “capo branco”, ma non il padrone dell’animale: quello è suo!.

Lo lascio sfogare e poi lo calmo; giro l’animale per vedere il foro di entrata dei proiettili mortali (cal. 44 Rem. Mag. della carabinetta Ruger) ed il punto del ferimento: il radio della zampa sinistra appare completamente asportato e l’ulna è a pezzi tenuto insieme dai legamenti e dalla pelle. Prima di fermarsi ha percorso circa 1,2 km. La fame è tanta e quindi convinco il cane ad abbandonare la difesa dell’animale ponendo un rametto di quercia in bocca al cinghiale (il bruch), un’altro rametto lo sistemo sul collare del cane; è un segnale di fine lavoro che il cane ha imparato molto bene.

E’ importante ripetere la gestualità ed i “riti” durante una operazione di recupero, il cane memorizza facilmente la situazione e risponde subito con un comportamento appreso. Mi avvio in verticale per ritornare alla strada, costeggio i rovi, all’improvviso il cane si fa attento e tira sul guinzaglio corto, alzo gli occhi e intravedo un branco di cinghiali che si muove dentro i rovi. Metto il fucile istintivamente alla spalla e miro un grosso animale. Ma la cacciata non è finita e potrebbe continuare su questi animali. Un colpo o due potrebbe mandarli fuori cacciata. Mi allontano ordinando al cane il “rispetto”, e dopo molta salita raggiungo la squadra.

Li trovo gli amici cacciatori contenti e scherzosi ormai sazi di …….bistecche, salsiccie alla bracie, e barzellette.

Al nostro arrivo mi chiedono l’esito del recupero; udito l’esito positivo, immediatamente si forma un cappannello di persone incuriosite dal rametto, fermato sul collare del cane, che chiede dove sia il cinghiale recuperato. Dopo le indicazioni sul cinghiale abbattuto informo che c’è un cacciatore che mi aspetta sul sentiero e di andarlo a recuperare, inoltre informo del branco di cinghiali fermi a qualche centinaio di metri. Seguono complimenti e carezze al cane, ma nemmeno il tempo di riporre il fucile e cercare qualche cosa da mangiare dalla bisaccia che già erano pronti per la battuta al “branco di cinghiali del dottore”. La caccia continua, ma .….. fermiamoci qualche volta a assaporare anche l’emozione: sei cinghiali forse erano più che sufficienti per tutti: ……….così è stato.

Un recupero difficile, con qualche errore, brillantemente risolto per alcuni motivi:

1- i cani segugi non hanno inseguito l’animale ferito; 

2- il bosco era pulito e solo poche macchie potevano difendere l’animale ferito;

3- dentro la macchia c’era un branco di cinghiali, e quindi il ferito si è subito imbrancato;

4- il cane era ben addestrato a quel lavoro; 

5- una buona dose di fortuna quando il cane si è impigliato nei rovi davanti al cinghiale. 

Ogni battuta ha spesso il suo animale ferito: un cane da traccia potrebbe essere un valido aiuto a recuperare, ciò che un cacciatore potrebbe sciupare.

Fonte: ilcacciatore.com

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